Scusate l'attesa, ma ultimamente sono stato presissimo (e lo sarò anche nel prossimo mese) dalla stesura della mia tesi di laurea. Si intitola "I percorsi dell'oralitura: un'indagine tra Africa e Italia", e ovviamente parla dell'oralitura.
- Orali-che?!, direte voi... ORALITURA!!!, rispondo io.
Insomma, l'oralitura è un'ibrido mediale tra oralità e scrittura (e la definizione è ovviamente una crasi dei due termini), e dato che qui si parla di media, m'è parso opportuno condividere con voi le mie pene.
Perciò non voglio tirarla troppo per le lunghe.
Mi limito a citare il caro e buon vecchio Frasca, senza il quale non sarei qui a scrivre un blog: “percepire i cambiamenti è pratica che necessita dei più rigorosi esercizi di estraneità”. Ma i cambiamenti culturali, fortunatamente, non lasciano invariate le coincidenze spazio-temporali fra un punto di osservazione e un punto osservato. Le modificazioni della cultura, intesa come trasmissione del sapere. Impongono una ridefinizione complessiva dello spazio fisico, un ridisegnarsi dei rapporti e una conseguente rilettura del mondo. Le cose della cultura mutano, e sebbene con maggiore lentezza di quanto l’ansia del nuovo non finisca ogni volta col desiderare, comunque sempre più rapidamente dei nomi che ne sono cancelli e custodi. Ecco perché la necessità di coniare nuovi termini per seguire gli andamenti di queste trasformazioni: per non rimanere aldilà del cancello e fermi nella strada dell’evoluzione culturale.
Ecco il perché dell'oralitura.
E ora vi saluto e torno a scrivere la tesi... che stress! (Mi servirebbe proprio un bel massaggio...)





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