lunedì 28 dicembre 2009

BUONE FESTE CON KATY PERRY

Non crediate che viste le festività abbia smesso di scrivere la tesi. Ma al primo momento libero eccomi qua, pronto a farvi i miei più sentiti auguri di Buon Natale (in ritardo) e per un felice anno nuovo (in anticipo).
E visto che qua siamo tutti amanti delle trasformazioni culturali e dell'ibridazione delle tecnologie dell'intelletto - nonché aspiranti geek, o geek consumati -, sempre pronti a lottare in nome della varità ermeneutica, ci meritiamo sicuramente un bel MASSAGGIO MEDIALE. E visto che siamo tutte queste cose, siamo anche, ovviamente, dei fan spudorati di Katy Perry, la nostra musa ispiratrice.
Perciò eccovi un bel regalino in tema con le feste per rallegrare le nostre giornate di speculazione post-abbuffata. :D

AUGURI!!!


martedì 22 dicembre 2009

L'ORALITURA... eh?!



Scusate l'attesa, ma ultimamente sono stato presissimo (e lo sarò anche nel prossimo mese) dalla stesura della mia tesi di laurea. Si intitola "I percorsi dell'oralitura: un'indagine tra Africa e Italia", e ovviamente parla dell'oralitura.
- Orali-che?!, direte voi... ORALITURA!!!, rispondo io.
Insomma, l'oralitura è un'ibrido mediale tra oralità e scrittura (e la definizione è ovviamente una crasi dei due termini), e dato che qui si parla di media, m'è parso opportuno condividere con voi le mie pene.
Perciò non voglio tirarla troppo per le lunghe.
Mi limito a citare il caro e buon vecchio Frasca, senza il quale  non sarei qui a scrivre un blog: “percepire i cambiamenti è pratica che necessita dei più rigorosi esercizi di estraneità”. Ma i cambiamenti culturali, fortunatamente, non lasciano invariate le coincidenze spazio-temporali fra un punto di osservazione e un punto osservato. Le modificazioni della cultura, intesa come trasmissione del sapere. Impongono una ridefinizione complessiva dello spazio fisico, un ridisegnarsi dei rapporti e una conseguente rilettura del mondo. Le cose della cultura mutano, e sebbene con maggiore lentezza di quanto l’ansia del nuovo non finisca ogni volta col desiderare, comunque sempre più rapidamente dei nomi che ne sono cancelli e custodi. Ecco perché la necessità di coniare nuovi termini per seguire gli andamenti di queste trasformazioni: per non rimanere aldilà del cancello e fermi nella strada dell’evoluzione culturale.
Ecco il perché dell'oralitura.
E ora vi saluto e torno a scrivere la tesi... che stress! (Mi servirebbe proprio un bel massaggio...)

lunedì 14 dicembre 2009

LA LETTERA CHE MUORE #3

"Verso la twitteratura?"


My design for Twitter's "over capacity" screen
Inserito originariamente da Mykl Roventine


Bentornati a La lettera che muore, la rubrica di Finzioni che ha tante domande e nemmeno una risposta, e che, proprio per questo motivo, è sempre al passo coi tempi.

La storia dell’umanità è segnata da invenzioni che hanno cambiato radicalmente i nostri rapporti col mondo e con gli altri. Pensate alla ruota, un mondo post-industriale senza di essa sarebbe oggi inconcepibile. Pensate al preservativo, fino al 1960 era fatto col budello animale (bleah), ma ha sempre permesso di avere rapporti sessuali con frequenza e sicurezza. Oppure pensate alla carta, senza la quale per voi sarebbe impossibile leggere Finzioni. Nonostante ciò, all’epoca c’era molto scetticismo di fronte a questi oggetti geniali. Ve lo immaginate? “Infilare il mio pene nel budello di un maiale?! Non sia mai!” Oppure: “Scrivere su questi straccetti bianchi? Meglio la pietra che è più solida e duratura”. In fin dei conti è prerogativa dell’uomo essere diffidente di fronte alle novità. Poi, come sempre, è la storia a mettere l’ultima parola.

Oggi ci troviamo di fronte ad un altro di questi momenti epocali. C’è un’invenzione che potrebbe nuovamente cambiare il nostro modo di vedere le cose. E, vista la portata dell’avvenimento, l’argomento è più o meno sulla bocca di tutti. Sto parlando dalla nuova alfabetizzazione veicolata dal web in generale, e, in particolare, vorrei fare riferimento a Twitter, social network che permette di postare segmenti testuali non più lunghi di 140 caratteri.

Ultimamente si sente parlare spesso della sua applicazione alla “letteratura” (con gli ormai famosi, per chi segue questa rubrica, empi diacritici). È convinzione comune che si possano scrivere romanzi in 140 caratteri. Certo, dicono gli integrati, bisogna andarci coi piedi di piombo, ma il futuro della letteratura è la brevità. Non c’è più tempo per spararsi dei pistolotti come la Recherche o come L’uomo senza qualità. E se non c’è tempo per leggerli, figuriamoci per scriverli! Perciò proliferano concorsi per scrivere mini-romanzi su Twitter; se ne possono contare a decine, centinaia, e l’entusiasmo è alle stelle, perché diventare romanziere sembra finalmente essere alla portata di tutti.

Ma a me piace soffermarmi a riflettere su come cambiano le cose e credo che piaccia anche a voi. Allora è giusto dire che questa cosa della brevità non è mica nuova. Un certo Hemingway agli inizi del ‘900 scrisse quello che fu definito il romanzo più breve del mondo: “Vendesi: scarpine per neonato, mai indossate”. A parte l’amarezza celata nelle poche parole dello scrittore americano, possiamo ritrovare la stessa brevità in contesti più vicini alla nostra cultura: i proverbi e i detti popolari. Questo ritorno al passato vuole forse dire che la letteratura sta diventando una cosa più popolare, quindi più aperta a tutti, quindi più giusta? Ben venga, ma io questo proprio non ve lo so dire. Però posso fare un’altra domanda.

Dove andremo a finire? Forse il romanzo diventerà una forma letteraria polisintetica, un po’ come la lingua eschimese, per cui una sola parola esprime una moltitudine di relazioni, sia grammaticali che semantiche? Ve lo potete immaginare? Una parola, un romanzo. Insomma, uno scrive “casa”, e ha praticamente scritto un libro, magari pure un best seller. Se l’opera è così aperta come si dice, poi spetterà al lettore ricostruire la storia sulla base delle proprie connessioni inferenziali. Casa: 5 milioni di copie vendute. Sarebbe incredibile, no? Non ci credete? Forse non ci credo più di tanto nemmeno io. Ma chi avrebbe mai pensato che l’uomo avrebbe messo piede sulla luna? E chi, quindici anni fa, si sarebbe potuto aspettare tutti i cambiamenti degli ultimi cinque anni?
Staremo a vedere. Io per sicurezza mi tengo in serbo un bel po’ di parole pronte a diventare best seller.

Se ricordate, avevo parlato degli stessi argomenti qualche settimana fa: c'era il MatteoBBLog, c'era Wired, c'era la Feltrinelli e ora ci aggiungo anche Il Sole 24 Ore.
Queste sono le dinamiche di un'esplosione su larga scala, sta diventando irrefrenabile.
Perciò mi è sembrato giusto scriverne un articolo su Finzioni, che uscirà a breve col n°8. Aggiungo domande alle domande sperando che prima o poi qualcuno sia in grado di darmi una risposta.
Se anche voi come me avete un sacco di domande ABBONATEVI A FINZIONI!!! Alcuni dei recensori sono molto più intelligenti di me e hanno già trovato le risposte ;D



LA LETTERA CHE MUORE #2

"Quante Kcal ha un libro?
E quanti Km ti permette di percorrere?"


Lost in Literature
Inserito originariamente da truds09


Bentornati a La Lettera che muore, la rubrica di Finzioni che tiene sempre i piedi in due staffe. E che, per capire come cambia il mondo, torna indietro al Medioevo. Già, perché oggi voglio parlarvi di un oggetto a tutti noi molto caro, un oggetto di cui si paventa la scomparsa ormai da un lustro bello e buono. Come avrete capito sto parlando del nostro più amato compagno di viaggio: il libro.
Fu solo nel Medioevo infatti che il libro divenne un vero e proprio oggetto di consumo, quasi come lo intendiamo noi. La cultura europea medievale, tra scriptoria monastici e spinte scolastiche, introdusse un nuovo tipo d’appetito e di conseguenza un nuovo tipo d’appetente. Tipo, quest’ultimo, in cui noi di Finzioni, e immagino anche voi, ci riconosciamo appieno. Sto parlando del cosiddetto topo da biblioteca.

Petrus Comestor, del quale ho anticipato le gesta il mese scorso, fu il capostipite e il più famelico esemplare di questa stirpe di roditori beneducati, e noi non siamo altro che suoi epigoni. Ovviamente si tratta di un nomignolo affibbiatogli dagli invidiosi, ma lui ne andava così fiero che vi dedicò addirittura il proprio epitaffio: “Petrus eram… dictusque comestor, nunc comedor”, che suona più o meno così: “Pietro sono stato… e chiamato il divoratore, ora sono divorato”. Tutti all’epoca sapevano che ciò che Pietro il Mangiatore mangiava erano i libri. E Pietro il Mangiatore era più che felice di essere conosciuto con questo nome e si vantava del fatto che, pur rimanendo giorni e notti chiuso tra quattro pareti ricolme di voluminosi libri, viaggiasse più di qualsiasi avventuriero. Un po’ come il ragazzetto di Baudelaire: “Pour l’enfant, amoureux de cartes et d’estampes, l’univers est égal à son vaste appétit…”.

Oggi le nostre concezioni di viaggio e di appetito sono completamente cambiate. Le barrette energetiche prendono il posto della pastasciutta, mentre i più strenui sostenitori dell’ebook, ovvero dell’acerrimo nemico del nostro caro libro, tentano di farci credere che quest’ultimo prodigio della tecnologia permette di godere maggiormente della letteratura in viaggio, evitando dolorosi mal di schiena dovuti all’eccessivo peso dei voluminosi libri. Non pensano che tutto ciò comporterebbe la privazione di un’indispensabile nutriente: come se uno con carenze di ferro cominciasse a ciucciare un martello piuttosto che mangiare un bel piatto di fegato alla veneziana. E Petrus Comestor lo sapeva bene: si è riempito la pancia di libri ed è vissuto più di cent’anni.

Ma come negare lo sviluppo tecnologico? In ultima analisi non posso che trovarmi d’accordo con gli strenui sostenitori, e confessare che prima o poi comprerò anch’io il prodigioso supporto. Ancora una volta, e come sempre, dipende tutto da noi e da cosa decidiamo di fare dei mezzi a nostra disposizione. Se volete alleggerirvi la schiena e la coscienza, usate pure l’ebook. Ma se come me volete nutrire il corpo e lo spirito, non dovete fare altro che divorare un caro vecchio libro: è ricco di fibre e chilocalorie, fonti d’energia indispensabili all’organismo. Insomma, provate voi a digerire cavi elettrici e microchip!

P.S. Ancora a proposito del viaggio. Io non credo a tutto quello che mi dicono, ma credo in quello che leggo. Coleridge ha chiamato questa cosa “sospensione dell’incredulità”. Perciò credete a questo: in un bel libro di Massimiliano Governi c’è scritto che nei libri vecchi e ammuffiti si possono trovare dei parassiti che, una volta depositati sulla muffa delle pagine e delle copertine, rilasciano delle spore allucinogene. Questa è la prova definitiva che con i libri si viaggia… e che viaggi!

Come avrete capito anche questo pezzo l'ho scritto per Finzioni. Progetto di lettura creativa...
... ...
e allora che state aspettando???
ABBONATEVI A FINZIONI: costa due birre, ma vi sballa molto di più!


LA LETTERA CHE MUORE #1

"Il simulacro di una contesa: corbelli versus coglioni"



Benvenuti nella nuova rubrica di Finzioni che parla di evoluzioni ed involuzioni, delle trasformazioni della parola di fronte alle spinte di nuove tecnologie, e, più in generale, di tutte le situazioni liminali in cui si trova la letteratura. O meglio, la “letteratura” (con gli empi diacritici), così come l’ha intesa Gabriele Frasca in quel bel saggio da cui è stato ricavato il titolo di questa rubrica: La lettera che muore, appunto.     
La lettera muore ogni giorno, sotto i campanili dei paesini di campagna e sopra l’asfalto bollente delle grandi città, tra le panche della sagra della porchetta e le vetrine di Zara e H&M. E con lei muore un pochino anche la sua figlioccia prediletta, la “letteratura”. Così la lettera muore, e io mi sfogo: mi sono rotto i coglioni! (leggete pure sillabando bene le parole).    
Fino a qualche tempo fa, probabilmente quando noi redattori di Finzioni giocavamo ancora con le bambole e i soldatini e ci arrampicavamo sugli alberi tornando a casa con le mani impiastricciate di resina, l’eloquio era una virtù. Molto tempo prima, ma il discorso in sé non cambia, la retorica era un’arte che, se coltivata, portava coloro che sapevano servirsene ad un livello superiore di esistenza. Insomma: retori, letterati, poeti, studiosi, accademici, erano persone rispettate e ben considerate in società. Facevano parte di quella che oggi potremmo chiamare “upper class”.    
L’altro giorno stavo bevendo uno spritz e, chiacchierando con amici, mi è uscito di bocca un termine ai più insolito: simulacro. Hanno sgranato gli occhi, fissandomi come fossi un’entità extranormale. Dopodichè hanno iniziato a sfottermi per quel parolone inusitato e desueto. La presa per il culo non è certo finita lì. Ma vi rendete conto? Una volta con le belle parole e le belle idee supportate dalle belle parole si conquistavano giovani pulzelle e si facevano rivoluzioni. Oppure si scrivevano bei libri, come il Candide di Voltaire, in cui si narrano le vicende di un giovane ben educato che conquista la giovane pulzella e preannuncia la rivoluzione. Oggi il nostro vocabolario sembra inevitabilmente compromesso, e le belle parole sono sempre più difficili da udire. La mia non vuole essere una di quelle nostalgiche critiche da nonnetto ultraottantenne, del tipo “ah, ai miei tempi saltavo i fossi in lungo…”, non sia mai. E neppure voglio dire che dobbiamo tutti diventare come Petrus Comestor, il topo da biblioteca per eccellenza. È solo un motivo per riflettere e, vi avevo avvisati, uno sfogo. 
Potrei dire, tirandomela un pochino, che la perniciosa ingerenza mediatica e l’odierna flemma favellare contribuiscono a distorcere l’immagine dell’erudito, costruendo un simulacro differenziale che inficia la rappresentatività del soggetto in causa in favore di una prensione tanto eidetica quanto infondata degli attuali valori i gioco. Tale convinzione aberrante non può che radicare in me, e in altri spiriti liberi, una profonda compressione ghiandolare sfociante in un totale sfascio dei corbelli, con tanto di riversamento del liquido in essi contenuto.    
Ma non sono uno che se la tira, e tra l’altro non ho ben chiaro nemmeno io quello che ho appena scritto. Per cui preferisco dire: mi sono rotto i coglioni!
È più immediato, e lo capiscono tutti.    
Volete capirci qualcosa in più?    
Finzioni n°6

giovedì 10 dicembre 2009

LA LETTERA CHE MUORE #intro



Spesso le cose, qualsiasi cosa, prima di morire si trasformano in qualcos’altro. Subiscono dei processi che a volte le migliorano e a volte le deteriorano. Alcune cose sopravvivono. Nessuna, per quanto ne so, dura in eterno.

La lettera che muore è un gran bel saggio di Gabriele Frasca. Parla delle trasformazioni cui sta andando incontro un medium a noi molto caro, la letteratura, e dell'ibridazione mediale che comporta queste trasformazioni. Ora La lettera che muore è anche una bella rubrica del magazine "Finzioni. Progetto di lettura creativa" che parla più o meno delle stesse cose, ma lo fa in maniera decisamente meno erudita, usa meno paroloni e più parolacce, e per alcuni di noi questo fa la differenza... ;D

E che c'entra? direte voi...
C'entra, c'entra.


venerdì 4 dicembre 2009

INTERNET 4 PEACE

Se avete letto l'ultimo numero di Wired (a proposito... che figa la cover!) e se siete dei discreti internauti saprete che da un po' di tempo a questa parte circola l'idea di proporre Internet per il prossimo Nobel per la pace. Ci sono dei "nomoni" a sostenere il progetto, tra cui Shirin Ebadi, Umberto Veronesi e Giorgio Armani. Mica male.
E la cosa veramente impressionante di questa idea è che, per la prima volta, il candidato non sarà un uomo in carne ed ossa che porta con sè un essagio, ma sarà un'interfaccia mediale che incorpora le identità di milioni, miliardi di esseri umani. Quando si dice che il medium è il messaggio!! ;-D



Perciò confesso che anche io ho aderito, ma (e qui ci sta un ma) con un dubbio. Dato che Internet contiene tutto e il contrario di tutto, nel bene e nel male, non dovremmo, oltre che premiarlo per i suoi aspetti positivi, anche punirlo per gli effetti negativi? Perchè, insomma, sinceramente, e scusate se tentenno, ma ne ha... eccome se ne ha di aspetti negativi, sozzi, macabri, neri e triviali!
Come sempre tutto dipende da noi... vabbè... e allora è giusto essere positivi e ottimisti e premiare il Web per tutto ciò che di buono ha fatto e può fare. E già che ci sono vorrei candidarlo per un altro premio: il Nobel per la letteratura!!! Che ne dite? Se continua così, credo che da qui a 5 anni non sarai poi così assurda come idea...

mercoledì 2 dicembre 2009

Sign up for the Internet For Peace and become part of the movement to nominate the Net for a Nobel Peace Prize

Sign up for the Internet For Peace and become part of the movement to nominate the Net for a Nobel Peace Prize

WANNA GEEK?! If not... WORD X MUSIC

Evidentemente WANNA GEEK non funziona. Sarebbe potuto funzionare, ma, per ovvi motivi, non funziona. Già mi immaginavo una valanga di risposte utili non solo a me (anche se principalmente a me), ma anche a tutti gli altri utenti che ogni tanto si sentono in difficoltà di fronte agli strumenti del web e che avrebbe ro potuto trovare in WANNA GEEK il contenitore ideale per le loro domande e le loro risposte. Visto come è andata, ancora non possiedo gli strumenti della comunicazione 2.0, perciò ecco un WANNA GEEK Reprise: che diavolo sono i feed e come funzionano? che diavolo è l' RSS e come funziona. Se le domande vi sembrano ingenue e banali scrivetemi che vi sembrano ingenue e banali. Se avete una risposta da darmi, meglio. Se pensate che WANNA GEEK sia una cazzata e che sono una persona pigra che vuole avere le risposte servite su un piatto d'argento e che dovrei informarmi da solo e poi tornare qui a scrivere un blog, forse avete ragione. Quindi, se non volete rispondere, non mi offendo.
Se non volete leggere WANNA GEEK, forse un po' mi offendo, ma comprendo.

Solamente una cosa non comprenderei (lo so che non c'entra, ma sono un marchettaro!). Magari non vi piace WANNA GEEK, ma di sicuro via piace la MUSICA, o la LETTERATURA, perciò non potete assolutamente perdervi lo straordinario evento organizzato da Finzioni & Vitaminic & Peoplesound